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    SCARICA Ricordati di guardare la luna by Nicholas Sparks Page 1 John Tyree è un ragazzo solitario Nicholas Sparks è l'autore che più di tutti è riuscito ad. Lettura online libro Ricordati di guardare la luna di Nicholas Sparks che ha pagine. Il libro pubblicato a 25 giugno da Sperling & Kupfer in lingua. 3 L'autore Nicholas Sparks è nato in Nebraska nel e ha studiato alla University of Notre Dame. Ha scritto numerosi best-seller tradotti in più di quaranta. Nel libro Ricordati di guardare la luna Nicholas Sparks torna a parlare d'amore, l' argomento preferito delle sue opere. Formati: PDF, KINDLE. Scarica Ricordati di guardare la luna - Nicholas Sparks pdf. Pagine. ISBN: Scarica: • Ricordati di guardare la cursosgratuitosbr.org • Ricordati di.

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    Magic di V. Schwab ecco la copertina e la descrizione del libro libri. Titolo: Magic Autore: V. Se cercate un luogo dove parlare ai libri potete andare su forumlibri. Per favore non andate li a chiedere informazioni su questo sito, loro non ne sanno nulla. Lo staff di Libri.

    Passano alcuni anni e John viene richiamato in patria perché il padre sta male e dopo un po' di tempo muore. Dopo l'accaduto sente il bisogno di rivedere Savannah e scopre che è sposata con Tim, che Tim è ammalato e la sua unica speranza di sopravvivere è quella di trovare i fondi per una cura molto costosa. John decide di vendere tutta la collezione di monete che suo padre gli aveva lasciato in eredità e di darne il ricavato a Tim in beneficenza anonima per curarsi.

    John e Savannah si rendono conto di amarsi ancora molto, ma il destino ha scelto per loro strade diverse. Il 5 febbraio è uscito negli Stati Uniti un adattamento cinematografico del romanzo, diretto da Lasse Hallström ed interpretato da Channing Tatum e Amanda Seyfried , nei ruoli di John e Savannah.

    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Per me avrà sempre ventun anni, e io ventitré. Allora ero di stanza in Germania, dovevo ancora andare a Falluja o Bagdad e ricevere la sua lettera che avrei letto alla stazione ferroviaria di Samawa nelle prime settimane della campagna; dovevo ancora tornare a casa e vivere gli avvenimenti che avrebbero cambiato il corso della mia vita.

    Ora, a ventinove anni, mi meraviglio a volte delle scelte fatte. L'esercito è diventato la mia famiglia. Non so se esserne scocciato o lusingato; in genere passo da una sensazione all'altra, a seconda dell'umore della giornata. A chi mi chiede rispondo che sono una recluta, e lo penso davvero. La mia base è sempre in Germania, ho messo via forse un migliaio di dollari e sono anni che non esco con una ragazza.

    Non faccio più surf, nemmeno quando sono in licenza, ma nei giorni liberi inforco la mia moto e viaggio su e giù, senza una meta. La Harley è l'unico lusso che mi sia mai concesso, anche se mi è costata un patrimonio. È adatta a me, visto che mi sono trasformato in una specie di lupo solitario. Almeno queste sono le voci che circolano alla base. Tuttavia, è proprio quell'incontro a rendere tanto strana la mia vita adesso.

    Mi sono innamorato di lei mentre eravamo insieme e poi ancora di più durante gli anni in cui siamo stati separati. La nostra storia si divide in tre: un inizio, una parte centrale e una fine.

    E sebbene sia questo il naturale svolgimento di tutte le storie, non riesco ancora a credere che la nostra non continuerà in eterno. Penso a queste cose e, come al solito, mi torna in mente il periodo che abbiamo trascorso insieme. Sono nato nel e sono cresciuto a Wilmington, nel North Carolina, una città fiera del suo grande porto e della sua lunga e gloriosa storia, ma che adesso dà piuttosto l'impressione di un posto venuto su a casaccio.

    Tempo splendido e spiagge perfette, Wilmington non era pronta a ricevere l'ondata di pensionati provenienti da nord in cerca di un luogo economico dove trasferirsi. La città sorge su una lingua di terra relativamente esigua, delimitata da un lato dal Cape Fear River e dall'altro dall'oceano.

    È tagliata in due dalla statale 17, che porta a Charleston e funge da corso principale. Quando ero bambino, mio padre e io impiegavamo dieci minuti per raggiungere Wrightsville Beach partendo dal centro, mentre oggi, specie nei fine settimana, quando i turisti arrivano in massa, ci si mette anche un'ora. Wrightsville Beach si trova su un'isoletta appena al largo della costa ed è una delle spiagge più frequentate dello stato. Gli Outer Banks potranno avere anche un fascino più romantico, con la loro posizione isolata, i cavalli selvaggi e il ricordo del primo volo che rese celebri i fratelli Wright, ma credetemi, i villeggianti preferiscono andare al mare là dove possono trovare un McDonald's o un Burger King per far felici i bambini, e un'ampia scelta di locali aperti la sera.

    Come tutte le città, Wilmington ha zone ricche e povere, e dato che mio padre aveva uno dei lavori più stabili e sicuri al mondo - faceva il postino - noi stavamo bene. Non navigavamo nell'oro, ma ce la passavamo discretamente.

    A differenza di quelle dei miei compagni, tuttavia, la nostra casa era piccola e malandata; una parte della veranda cominciava a cedere, ma il giardino era fantastico. Sul retro cresceva un'enorme quercia e, a otto anni, ci costruii sopra una casetta usando assi di legno prese da un cantiere. Noi due eravamo letteralmente agli antipodi. Lui era calmo e introspettivo, io ero sempre in movimento e odiavo stare da solo; mentre papà dava grande importanza all'istruzione, per me la scuola era un club ricreativo dove si potevano fare vari sport.

    Mio padre era di corporatura esile e tendeva a camminare strisciando i piedi; io saltellavo qua e là e gli chiedevo in continuazione di cronometrare il tempo che impiegavo ad arrivare alla fine dell'isolato e ritorno. In terza media ero diventato più alto di lui, e un anno dopo lo battevo senza fatica a braccio di ferro. Non ci somigliavamo nemmeno nei tratti. Mio padre aveva capelli biondi, occhi nocciola e lentiggini, mentre io ero scuro di capelli. Alcuni vicini trovavano strana la nostra diversità, cosa comprensibile, considerando che mi aveva tirato su da solo.

    A volte li sentivo parlottare sul fatto che mia madre fosse scappata quando io non avevo nemmeno un anno. Non manifestava né disprezzo né rimpianto nei suoi confronti, ma si assicurava che la includessi sempre nelle mie preghiere. Fino a oggi non mi sono mai messo in contatto con mia mamma, né ho desiderio di farlo.

    Credo che papà fosse felice, anche se non era tipo da manifestare le proprie emozioni. Abbracci e baci furono una rarità durante la mia infanzia e, quando me li offriva, mi sembravano sempre privi di slancio, come se lo facesse per dovere, e non spontaneamente. Capisco che mi voleva bene dal modo in cui si dedicava a me, ma ero nato quando lui aveva già quarantatre anni e penso che la sua indole fosse più quella di un monaco che di un padre.

    Era un uomo taciturno. Mi faceva pochissime domande e non si arrabbiava quasi mai, ma per contro non scherzava nemmeno. Era anche abitudinario. Tutti i santi giorni mi cucinava uova strapazzate, bacon e pane tostato per colazione, e tutte le sere ascoltava i miei racconti sulla scuola mentre serviva la cena che aveva preparato. Prenotava gli appuntamenti dal dentista con due mesi di anticipo e pagava le bollette il sabato; faceva il bucato la domenica pomeriggio e la mattina usciva sempre di casa alle 7.

    Citazione di Nicholas Sparks

    Non aveva una vita sociale e svolgeva il suo lavoro in solitudine. Non frequentava nessuna donna, non giocava a poker con gli amici nel fine settimana; il telefono poteva restare muto per giorni e giorni. Quando l'apparecchio squillava, era qualcuno che aveva sbagliato numero, oppure che cercava di venderci qualcosa.

    Trascorrevo per conto mio la maggior parte delle serate. Terminate le incombenze quotidiane, mio padre si ritirava nello studio. Le monete erano l'unica grande passione della sua vita. La sua massima aspirazione era starsene seduto a leggere la rivista di numismatica soprannominata Greysheet, alla ricerca del prossimo pezzo da aggiungere alla sua collezione.

    In realtà era stato mio nonno a iniziarla. Il suo eroe era un tale Louis Eliasberg, un finanziere di Baltimora che era riuscito a completare la raccolta di tutte le monete degli Stati Uniti, compresi i vari conii celebrativi e i marchi di zecca.

    Nel , dopo la morte della moglie, il nonno si mise in testa di creare a propria volta una collezione assieme al figlio.

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    Nel corso dell'estate lui e mio padre raggiungevano in treno le varie zecche, oppure visitavano le fiere di numismatica del Sudest. Con il passare degli anni strinsero rapporti con collezionisti di tutto il paese, e mio nonno spese un patrimonio per scambiare i pezzi e ampliare la collezione. Ciononostante, investiva tutti i risparmi in monete. Anche il vecchio era un tipo strambo, questo è sicuro. Tale padre, tale figlio, si dice. Ma né il nonno né papà si erano dedicati al collezionismo per denaro: semplicemente amavano il gusto della caccia e il legame che quell'interesse in comune creava tra di loro.

    C'era qualcosa di esaltante nel cercare a lungo e con foga una certa moneta, localizzarla e poi iniziare le trattative per acquistarla al giusto prezzo. A volte era abbordabile, altre no, ma ogni singolo pezzo aggiunto alla raccolta costituiva un tesoro.

    Mio padre sperava di condividere anche con me questa passione e lo spirito di sacrificio che richiedeva. Per ripararmi dal freddo d'inverno dovevo dormire sotto una montagna di coperte, e ogni anno ricevevo un unico paio di scarpe nuove; quanto ai vestiti, ricorrevo all'esercito della Salvezza. Papà non possedeva neppure una macchina fotografica. L'unica foto che abbiamo venne scattata a una mostra numismatica ad Atlanta. Per anni rimase in mostra sopra la scrivania nello studio.

    In quel ritratto, papà mi tiene un braccio sulla spalla ed entrambi siamo raggianti. Io ho in mano un Buffalo Nickel D in condizioni perfette, che avevamo appena acquistato. Era un pezzo abbastanza raro e finimmo per mangiare fagioli e hot dog per un mese, visto che era costato più del previsto.

    Ma i sacrifici non mi pesarono Da bambino io mi beavo di quelle attenzioni, assorbendo tutte le informazioni che mi forniva.

    Dopo un po' ero in grado di dire quanti Saint-Gaudens doublé eagle fossero stati coniati nel rispetto al e perché un Barber Dime del battuto a New Orleans valesse dieci volte la medesima moneta coniata nello stesso anno a Filadelfia.

    Sono cose che non ho mai dimenticato. Ma a differenza di mio padre, in me la passione per il collezionismo si spense a poco a poco. Dopo aver passato per anni i fine settimana assieme a lui, volevo uscire con gli amici. Come tutti gli adolescenti iniziai a nutrire altri interessi: per gli sport, le ragazze, le automobili e la musica, e arrivato a quattordici anni trascorrevo ben poco tempo a casa. Anche il mio risentimento intanto cresceva.

    Gradualmente cominciai a notare le diversità tra il mio modo di vivere e quello dei miei coetanei. Mentre gli altri avevano i soldi per andare al cinema o comperarsi un paio di occhiali da sole alla moda, io raggranellavo degli spiccioli per prendere un hamburger da McDonald's.

    Molti di loro ricevettero in regalo un'auto per i sedici anni; mio padre mi diede invece un dollaro d'argento Morgan del coniato a Carson City. Nascondevamo con una coperta gli strappi nella fodera consunta del divano ed eravamo l'unica famiglia a non avere la televisione via cavo né un forno a microonde.

    Io mi vergognavo a invitare gli amici a casa, e incolpavo lui di questo. Ero cieco e sordo, e anche se vi dicessi che rimpiango la mia immaturità di allora, non servirebbe a cambiare il passato. Papà si rendeva conto che non comunicavamo più, ma non aveva idea di come rimediare. Parlava di monete - era il solo argomento che affrontasse con disinvoltura - e continuava a prepararmi da mangiare, ma il nostro distacco non fece che aumentare. Nel frattempo mi allontanai pure dagli amici di sempre.

    Si erano divisi in gruppetti, principalmente sulla base dei film che sarebbero andati a vedere o della marca di magliette preferita, e io mi sentivo un emarginato.

    Al diavolo, pensai. Cominciai a saltare le lezioni e a fumare, e fui sospeso più volte perché avevo fatto a pugni. Alla fine del secondo anno smisi di praticare gli sport. Fino a quel momento avevo giocato a football, a basket e avevo gareggiato nella corsa, ma anche quando mio padre la sera mi chiedeva di raccontargli com'era andata, si capiva che non era veramente interessato, poiché non se ne intendeva per nulla.

    Non aveva mai fatto parte di nessuna squadra. In quel periodo venne a vedermi giocare a basket una volta sola. Era seduto nelle gradinate, una strana figura pelata, con la giacca lisa e i calzini spaiati. Pur non essendo obeso, i calzoni gli tiravano in vita facendolo sembrare incinto di tre mesi e io non avrei voluto avere niente a che fare con lui.

    La sua vista mi imbarazzava e, dopo la partita, lo evitai. Nell'ultimo anno di scuola la mia ribellione raggiunse l'apice. Al mio ritorno fece finta di niente; il mattino seguente la tavola era apparecchiata con uova strapazzate, pane tostato e bacon, come al solito. Fui promosso per il rotto della cuffia e ho il sospetto che la scuola mi avesse dato il diploma perché non vedeva l'ora di sbarazzarsi di me.

    Papà era preoccupato e a volte, con la sua tipica timidezza, affrontava la questione dell'università, ma io ormai avevo deciso di non andarci. Volevo un lavoro, una macchina e tutti quei beni materiali di cui avevo fatto a meno per diciotto anni. Non gli dissi niente fino all'estate dopo la maturità, e quando seppe che non avevo ancora fatto domanda per nessuna università, si chiuse a chiave nello studio e la mattina dopo a colazione non mi rivolse la parola.

    Mi facevi pensare a me con mio padre. Dovresti vendere quella maledetta collezione e dedicarti a qualcos'altro. Qualsiasi altra cosa. Lo avevo ferito e, sebbene mi ripetessi che non era stata mia intenzione, in fondo sapevo che era una bugia. Né lo feci io. Pochi giorni dopo mi resi conto che anche l'unica nostra fotografia era sparita, come se temesse che persino il minimo accenno alle monete potesse offendermi.

    Da ragazzo non avevo mai neppure preso in considerazione l'idea di arruolarmi. Sebbene il North Carolina orientale sia una delle zone a più elevata concentrazione militare di tutto il paese - ci sono sette basi a poca distanza da Wilmington - avevo sempre pensato che quella fosse una carriera per perdenti. Chi poteva desiderare di trascorrere la vita a farsi dare ordini da un branco di esaltati con i capelli a spazzola?

    Io no di certo e, a parte i tizi del programma militare scolastico, neppure i miei compagni di scuola. Molti degli studenti migliori si iscrissero alla University of North Carolina o alla North Carolina State, mentre gli altri rimasero indietro, passando da un lavoro all'altro, bevendo birra e bighellonando in giro, e facendo di tutto per evitare qualunque cosa implicasse un briciolo di responsabilità.

    Io appartenevo a questa seconda categoria. Nei due anni successivi feci un sacco di lavoretti, servendo ai tavoli della Outback Steakhouse, strappando biglietti nel cinema locale, caricando e scaricando scatoloni da Staples, cuocendo dolci alla Waffle House e facendo il commesso in un paio di negozi per turisti che vendevano souvenir.

    Spendevo fino all'ultimo centesimo, non mi illudevo di poter salire la scala gerarchica e finivo per farmi licenziare da tutti i posti. Per un po' non ci badai. Vivevo la mia vita, mi piaceva fare surf e dormire fino a tardi, e siccome abitavo ancora con mio padre, non dovevo preoccuparmi di pagare vitto, alloggio, assicurazioni o di costruirmi un futuro.

    E poi nessuno dei miei amici se la passava meglio. Non ricordo di essere stato particolarmente infelice, ma dopo un po' cominciai a stancarmi della situazione. A parte il surf- nel gli uragani Bertha e Fran che si abbatterono sulla costa provocarono alcune tra le onde migliori a memoria d'uomo - ero stufo di trascorrere il mio tempo libero da Leroy's. Mi rendevo conto che tutte le serate erano identiche. Bevevo un paio di birre, incontravo qualche conoscenza del liceo, mi chiedevano che cosa facessi, io rispondevo, loro mi raccontavano cosa stavano combinando, e non ci voleva un genio per capire che eravamo a bordo dell'espresso per il nulla.

    Anche se gli altri, a differenza di me, non abitavano più con i genitori, non credevo a una parola quando sostenevano di essere soddisfatti del loro lavoro come spazzini, o pulitori di vetri, o fattorini, perché sapevo benissimo che nessuna di quelle era l'occupazione che sognavano da ragazzi.

    Da Leroy's non mancavano mai. In genere erano rapporti fugaci. Usavo le donne e mi lasciavo usare da loro, tenendo sempre ben nascosti i miei sentimenti.

    Studiava alla University of North Carolina, aveva un anno più di me e dopo la laurea voleva andare a lavorare a New York. Potresti fare molto di più nella tua vita, ma per qualche motivo ti accontenti di galleggiare. Non le avevo mai detto quanto ci tenessi a lei.

    Un anno più tardi, dopo essermi fatto dare il suo numero di telefono dai genitori, la chiamai e parlammo un po'. Rimasi colpito da quella telefonata più di quanto volessi ammettere. Avvenne il giorno in cui ero stato licenziato - per l'ennesima volta - e per consolarmi me ne andai da Leroy's, come sempre. C'era la solita gente e di colpo compresi che non volevo passare un'altra serata inutile fingendo che andasse tutto bene.

    Mi comperai una confezione da sei lattine di birra e scesi in spiaggia. Per la prima volta mi misi a riflettere seriamente sul mio futuro e mi chiesi se fosse il caso di seguire il consiglio di papà e di prendere una laurea. Tuttavia, avevo abbandonato gli studi da tanto di quel tempo che l'idea mi appariva estranea e ridicola. Chiamatela fortuna o sfortuna, ma proprio in quel momento mi passarono davanti due marines che correvano.

    Giovani e atletici, sprigionavano sicurezza e determinazione. Se ci riescono loro, mi dissi, posso farlo anch'io. Ci rimuginai sopra per un paio di giorni e alla fine mio padre ebbe un ruolo decisivo. Naturalmente non gli parlai della mia intenzione Una notte, mentre mi dirigevo in cucina, lo vidi seduto alla sua scrivania come al solito. Quella volta, tuttavia, mi soffermai a esaminarlo bene. Era quasi completamente calvo e i pochi capelli che gli rimanevano sulle tempie erano ormai bianchi.

    Si stava avvicinando alla pensione e all'improvviso mi resi conto che non avevo il diritto di continuare a deluderlo dopo tutto quello che aveva fatto per me.

    Il mio primo pensiero fu di entrare nei marines, visto che erano il corpo con cui avevo maggiore familiarità. Wrightsville Beach era sempre gremita di soldati delle basi di Camp Lejeune o Cherry Point, ma quando fu il momento scelsi l'esercito.

    Un fucile me l'avrebbero dato in ogni caso, pensai, anche se l'elemento determinante fu che il reclutatore dei marines era a pranzo quando passai in caserma, mentre quello dell'esercito - il cui ufficio era proprio sull'altro lato della strada - era disponibile. Era la fine del e avevo vent'anni. Il campo di addestramento a Fort Benning fu terribile come immaginavo. Una volta superato l'addestramento,. Trascorremmo i mesi successivi a fare molte simulazioni in posti come la Louisiana e il buon vecchio Fort Bragg, dove imparammo sostanzialmente qual è il modo migliore per ammazzare la gente e distruggere le cose, e dopo un po' la mia unità, che faceva parte della Prima Divisione Fanteria - alias il Grande Uno Rosso - fu spedita in Germania.

    Non sapevo una parola di tedesco, ma era irrilevante, visto che quasi tutte le persone con cui avevo a che fare parlavano inglese. Trascorsi sette luridi mesi nei Balcani: prima in Macedonia nel , poi nel Kosovo, dove rimasi fino alla tarda primavera del L'esercito non paga molto bene ma, considerando che non avevo spese di mantenimento, e nessuna occasione di fare acquisti o di divertimento, per la prima volta mi ritrovai con un po' di denaro in banca. Certo, potremo scriverci, telefonarci di tanto in tanto e incontrarci quando torni in licenza.

    Comunque, non sarà più lo stesso. Né potremo stare sdraiati sulla spiaggia a guardare le stelle, o seduti al tavolo l'uno di fronte all'altra a chiacchierare e confidarci segreti.

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    Commento a una frase. Commento a un dialogo dal film. Commento a una citazione dal film di Mary. Commento a un proverbio. Commento a una storia. Commento a una frase di Vittorio Sgarbi. Commento a una frase di Federico Garcia Lorca. Il taglio che ho sulla testa continua a sanguinare e le ossa del braccio destro sembrano volermi bucare la pelle.

    Comunque poteva andare peggio, mi dico. Sebbene stia nevicando, non fa ancora troppo freddo fuori. È prevista una diminuzione delle temperature stanotte, fino a meno sei, per tornare intorno allo zero domani. Si alzerà anche il vento, con raffiche che raggiungeranno i trenta chilometri orari. Per allora il fronte freddo sarà passato e i venti si calmeranno. So queste cose perché guardo Weather Channel, il canale meteo.

    È meno deprimente dei telegiornali, e lo trovo interessante. Non parla solo di previsioni meteorologiche; ci sono programmi sulle catastrofiche conseguenze degli eventi atmosferici del passato.

    Tutti sopravvivono sempre, dato che sono quelli che vengono intervistati. Mi piace sapere in anticipo che nessuno è morto. A migliaia sono rimasti intrappolati per ore sulle autostrade, senza potersi muovere, con temperature artiche. Mi ha colpito il fatto che non sembravano affatto attrezzati, e questo mi risultava inspiegabile. Gli abitanti di Chicago sanno che nevica spesso; a volte la città è investita dalle bufere che scendono dal Canada e in quei casi fa molto freddo.

    Se vivessi a Chicago potrei restare bloccato da una tempesta di neve per due settimane, prima di iniziare a preoccuparmi. Il mio problema è che vivo nel North Carolina.

    E in genere, a parte un viaggio annuale in montagna, solitamente in estate, prendo la macchina solo per brevi tragitti. Per questo ho il portabagagli vuoto, ma se anche ci tenessi un hotel portatile non servirebbe a niente. Tuttavia non sono completamente impreparato ad affrontare quello che mi è successo.

    Tutto quello che entra deve uscire e non ho ancora pensato a come. Il mio deambulatore è sul sedile posteriore, ma mettere piede sul terrapieno scosceso sarebbe come andare incontro a morte certa. Viste le mie ferite, poi, il richiamo della natura è fuori discussione.

    Adesso me ne sto seduto qui, da solo al buio, chiedendomi se Weather Channel in futuro farà un servizio su di me. Non riesco più a scorgere niente oltre il parabrezza. Cerco di azionare i tergicristalli, senza aspettarmi nessun risultato, invece un attimo dopo i due bracci spingono di lato la neve lasciandosi dietro un sottile strato di ghiaccio. Resto colpito da questa momentanea manifestazione di normalità, ma poi mi costringo a spegnere i tergicristalli, oltre ai fari, che mi ero dimenticato accesi.

    Mi dico che è meglio conservare la carica della batteria nel caso debba usare il clacson. Mi sposto e il movimento mi provoca una fitta lancinante che dal braccio mi sale alla clavicola. La vista mi si annebbia. Che sofferenza. Respiro a fondo, aspettando che passi.